Tornò con la mente a quando rimasero al buio che era inverno. Sarà stato nel ’98 o ’99. Avevano cenato al lume di candela. Era stato magico. Faceva freddo, ma a parte un pizzicore al naso, non ne soffriva particolarmente, imbacuccata com’era dalla coperta in pile del divano. L’interruzione era durata fino a metà mattina del giorno dopo, poi l’Enel, tra mille scuse per l’errore, aveva riallacciato la corrente. Suo padre si era infuriato come un pazzo. E chissà che avrebbe pensato ora, vedendoli così, più di sessant’anni dopo.
Era gennaio inoltrato e tutto il vicinato, per la quinta volta da quando era iniziato il nuovo anno, si trovava alle prese con l’ennesima interruzione di energia. Le notizie dicevano che i blackout sarebbero durati, a intermittenza, per tutto il resto del mese, ma che non c’era da preoccuparsi: i lavori di efficientamento stavano per essere terminati. Vero o falso che fosse, ormai la gente pareva non preoccuparsene e questo la faceva arrabbiare. Sì, aveva ereditato il carattere del padre. Si domandava se avessero la memoria corta, o se fossero semplicemente incoscienti. Certo, era inverno ed era sera, le temperature, l’indomani, non avrebbero superato i 25 gradi, tutto sommato accettabile. Eppure non capiva come la preoccupazione per i mesi caldi non li sfiorasse nemmeno per sbaglio.
Lei, come tutti loro, non poteva permettersi un generatore d’emergenza, e se l’anno precedente i blackout erano stati solamente tre, e molti avevano potuto approfittare del centro commerciale, foraggiato da un fondo speciale dal governo, questo non garantiva che i problemi fossero risolti.
Persa tra i suoi pensieri si domandava se non fosse lei quella strana, quella eccessivamente timorosa. Era per il modo in cui aveva perso suo figlio? No, le sue disgrazie non c’entravano. Era cosa comune, purtroppo, morire così. Per questo non capiva. Qualsiasi persona ragionevole avrebbe dovuto avere la sua stessa paura. E rabbia, tanta rabbia. La questione, forse, stava proprio lì: di persone ragionevoli non c’erano più. Ora tutti, nel proprio metaverso, preferivano non guardare e non sentire. Di risorse, da anni, non ce n’erano più e il problema energetico era tanto intricato da rendere insufficiente qualsiasi fonte, fossile o rinnovabile che fosse. I disastri degli anni ’30, con le guerre euro-sovietiche, coreane e medio-orientali, avevano cancellato per sempre ogni speranza di nuove centrali nucleari o di ricerca per la fusione. Target troppo sensibili e investimenti troppo rischiosi in un mondo così instabile. Ma soprattutto l’opinione pubblica era terrorizzata e anche solo l’idea di discutere sull’atomo era diventata un assoluto tabù. Non bastasse, il conto del fallout, sulla salute della gente, era ancora salatissimo. Ed ecco i continui blackout, il razionamento della corrente, i prezzi alimentari alle stelle, l’acqua scarsa e inquinata, i sistemi sanitari sempre al collasso. E per finire la sacra unzione del clima, un sacerdote indifferente in attesa del collasso dell’uomo.
I media le avevano chiamate ondate di bulbi umidi prendendo spunto dall’indice che dà il nome a quella combinazione di temperatura e umidità che porta alla morte una persona. Erano iniziate verso la metà degli anni ’40 e avevano ucciso, cogliendo tutti impreparati, migliaia di persone alla volta. Accadeva che in assenza di un climatizzatore in funzione, eventualità piuttosto ordinaria, il corpo umano non riusciva più a raffreddarsi attraverso il naturale meccanismo della sudorazione. Sopraggiunta la bolla di alta pressione, la temperatura di bulbo umido uccideva gran parte degli individui nel giro di una giornata. Era come essere travolti da uno tsunami, ma invisibile. Un’esperienza spiazzante, potente, totalizzante.
Ora, presa dallo sconforto, decise di andarsene a dormire anche se erano appena le 22. Basta pensieri inutili. Non era in suo potere la salvezza di chicchessia. Il suo compagno accese un paio di candele sul comodino e, libro in mano, si coricò al suo fianco. Guardarlo leggere, mentre i loro piedi si accarezzavano, era come aprire una finestra indietro nel tempo, quando la vita era più facile e potevi startene al sicuro, tanto i tuoi genitori avrebbero risolto tutto. Sognò l’inverno e il freddo, con la neve che imbiancava le strade e il naso arrossato che le pizzicava. Poi si svegliò di soprassalto, accecata dai bagliori degli apparecchi. La neve se n’era andata, ma era tornata la corrente.
[Prima stesura: ottobre 2023]







