La pioggia cade sottile e io riposo, nel silenzio del mio cimitero, tra carcasse metalliche e torri d’acciaio, finché: ampia differenza di potenziale, scarica pilota a carica negativa, discendente. È il rombo di un tuono, e mi invade i sensori, e…
il boato delle bombe mi assorda! Fuoco, fuoco, rispondere al fuoco! Scatto sulle gambe, mi aggrappo al mitragliatore, premo il grilletto. Vomito una torma di piombo alle trincee austriache, nel buio, nel sangue, nel fango.
C’è pioggia, ancora. Proiettili nemici frugano a vuoto, sfiorandoci gli elmetti. Al riparo! urla il comandante Fedele. Strisciamo giù, vermi nel fango, tra gli amici, sanguinolenti alcuni, cadaveri altri. Terreno vibrante di bomba a mano. Un lampo molesta la notte. Premo le mani sulle orecchie. Fischiano. Dietro, mezzo fossato è appena ceduto. Ma io continuo a strisciare e affogo le unghie nella melma per tirarmi avanti.
Unghie ora di lega metallica, incastonate in arti meccanici feriti di ruggine.
Ma dove mi trovo? Quando, mi trovo? E com’è successo che la fine venisse a scovarmi?
Un rantolo cibernetico mi si arrampica su per la gola. Al sentirlo, se solo potessi, tremerei di paura. Ma non ho carne per farlo, né ossa, né nervi. Solo titanio. E voglio uscire, arrampicarmi, via, via dall’inferno e vedere il cielo. Il bollore al centro del petto gela però il mio desiderio di fuga: sistema refrigerante andato, blackout stimato in tre minuti. E mi sembra, mi sembra davvero, che sto respirando fuoco.
La maschera. Cazzo, la maschera, la maschera! ripeto nel panico, avvolto dai fumi. Se non possono crivellarci, gli austriaci ci ammazzano per asfissia. No: questa trincea non sarà la mia tomba.
Gli occhi mi bruciano, prendo l’ultima boccata d’aria buona e scavo, scavo convulsivamente tra i corpi dei soldati. La maschera è tutto, devo trovarla.
E intanto artiglio tra corpi robotici e scarti di androidi, vetusto splendore della civiltà che fu.
Avessi pelle e sangue e umanità vera, anche all’esterno, sarei ugualmente al limite, eppure tento l’ennesimo appiglio, stringo con dita inumane, esco dal baratro, mi abbandono finalente al cemento gelido.
Blackout stimato in trenta secondi. La carica, induzione elettromagnetica, dista centosei metri virgola quaranta. E allora posizione eretta, un passo dopo l’altro, giunture deteriorate. Stimo il momento d’arrivo. Calcolo, ma so che ormai è la fine. Eppure non mi fermo anche solo per quei trenta secondi di vita, di coscienza, di ricordi di un’umanità antica che arranca verso un futuro salvifico, visibile, ma irraggiungibile.
Il cuore pulsa forte nei ricordi, nelle gambe, negli occhi irritati, nella testa. I fumi sono ovunque, sono nebbia nella notte che copre di morte la resistenza italiana. Devo andare in alto, devo cercare ossigeno buono, non morirò anch’io qui sotto. E mi spingo oltre il fossato, esco allo scoperto, bersaglio perfetto per il nemico spietato. Corro. Io corro. Voltandogli le spalle. Lo stesso pallore letale ora mi fa invisibile ai miei carnefici.
E infatti: è il fuoco alleato a sorprendermi. Scorge la mia sagoma in corsa. Mi confonde. Due colpi, uno alla spalla, uno al centro dello sterno. E cado in ginocchio, respiro i gas, tutti, mentre piango lacrime acide. Gli italiani, i miei italiani, stanno rinforzando le fila. I loro visi dietro le maschere, gli occhi impenetrabili, glaciali, inumani. Loro nemmeno mi scorgono. Penso a mia moglie. Penso ai miei figli. E alzo una mano e prego Dio che il fronte non cada.
Così mi spengo, con la coscienza in tumulto e un arto artificiale teso in avanti, a pochi passi dalla fonte.
Così, nell’anno 2460, sparirò io: Intelligenza Artificiale S.451, e con me anche l’ultimo sentimento dell’uomo, il suo ultimo ricordo, e l’ultima traccia di ciò che a sua immagine e somiglianza era riuscito a creare.
[Prima stesura: maggio 2015]








