La sua proposta era sensata. Per questo una parte di me si dà ancora la colpa. Non lo so, ma mi sento così… sporco, adesso. Quasi fossi un omicida. Eppure, in pratica, non ho veramente ucciso. Era solo un’ombra. Giusto? Un’imitazione. Un’allucinazione. Ma allora perché non riesco a levarmi di dosso questa sensazione? Perché mi sento le mani sporche? E questo lezzo, che mi si aggrappa su per le narici? Sono passate settimane e non se ne vuole andare. Mi è rimasto dentro. Posso lavare, strofinare, inspirare l’acqua fino a farmi bruciare il cervello, ma non serve. Sarà che il suo odore è anche il mio? O è qualcosa di più sottile?
È che si va in pezzi, quando uccidi qualcuno che hai visto e fatto nascere. E crescere.
Ho avuto un incidente, l’anno scorso. Sono uscito di strada e finito in un fosso pieno d’acqua. Pioveva a dirotto, era buio e ho perso il controllo. Mi sono salvato per miracolo. Vivo in una zona piuttosto isolata, ecco perché giro ancora in auto. Mi è indispensabile. E l’isolamento è anche il motivo per cui non ho incontrato nessuno che potesse soccorrermi. Mi sono dovuto arrangiare. Sono strisciato fino alla strada, mi sono dato una ripulita dal fango e ho camminato, un passo dopo l’altro, riportandomi a casa sotto la tempesta. Non avevo più niente, a parte i vestiti. Tutti i miei sistemi andati persi o in corto, nell’acqua. Ma ci avrei ripensato il giorno seguente. Volevo solo farmi una doccia, buttarmi a letto e chiudere gli occhi. Il mattino il vento colpiva ancora forte. Le imposte sbattevano, i vetri tremavano sferzati dalla grandine. Ciò nonostante la consegna era avvenuta lo stesso. Il servant si era occupato di disimballare il pacco mentre io dormivo. Lo aveva portato nella stanza che di solito riservo agli ospiti. Gli avevo chiesto spiegazioni, ma la sua risposta era stata un’alzata di spalle. Non avrei capito io, figuriamoci lui.
Furono delle settimane allucinanti. Ammetto che fu la curiosità, sulle prime, a trattenermi dal chiedere una rettifica. Quando mai capita di vederti rinascere? In effetti: mai. Non è normale. Ed era infatti l’incidente la causa di tutto. Il sistema era andato in errore e adesso pensavano fossi morto. Che abbaglio! Come da programma, allora, i miei familiari erano stati avvisati e il mio sintetico, nel frattempo, era stato spedito. Attraverso la vasca di genesi potevo vedere i miei tessuti incarnarsi, ora dopo ora, a partire dal suo cervello meccanico. Dopo circa nove giorni era la mia copia sputata. Non gli staccavo gli occhi di dosso. Non ci riuscivo! Forse era per il liquido in cui era immerso, forse per la poca luce dell’ambiente, fatto sta che mi sembrava contemporaneamente sia finto, sia vero. I suoi lamenti poi, i rigurgiti, quegli strani annegamenti che lo scuotevano di convulsioni, mi mettevano la pelle d’oca e mi attraevano insieme. Internet diceva che era il programma di avviamento. Erano tutti trigger che permettevano al sistema nervoso di avviarsi correttamente. Di svilupparsi, anzi. Il fascino dell’orrido.
Non dimenticherò mai la prima volta che ci siamo guardati. Avrei voluto gridare, ma sentivo un nodo in gola, come quando vuoi piangere, ma ti trattieni a forza. I suoi occhi parevano supplicarmi. I miei, di certo, non nascondevano tutte le mie preghiere. Fa che smetta, fa che smetta, fa che smetta! Ma chi poteva fare qualcosa, fermare tutto, ero io, e scelsi invece di continuare. Il parto mi fece vomitare. Gli organi della vasca si erano aperti come un fiore: petali di pelle, muco, sangue. Il sintetico, faccia a terra, tossiva riflesso sulle mattonelle. Già ci somigliavamo: entrambi scossi dai crampi. Me ne andai. Mi chiusi la porta alle spalle. Non volevo più saperne. Tornai appena mi fui calmato, avvicinandomi in punta di piedi per non fare rumore, per carpire ogni suono dall’altro lato della parete. C’erano tonfi sordi, acquosità, forte odore di prodotti chimici, come quello dei detergenti industriali che si usano nei macelli. Non vedere l’origine di tutto questo mi aveva messo la pelle d’oca, perciò chiusi la porta a chiave, per sicurezza. I giorni seguenti non mi azzardai ad avvicinarmi. Lo impedii anche al servant, intento a fare le solite pulizie. Pensai a tutt’altro, in quel tempo sospeso fatto di annunci su internet che parlavano di me, della mia dipartita, del corpo introvabile, ormai disciolto assieme all’auto dagli scarichi delle fabbriche. Alcuni messaggi mi fecero piacere. Tanti altri mi sembrarono cortesie, frasi fatte buttate sotto la mia immagine giusto per non fare una brutta figura con… il me dell’altra stanza.
Dopo due settimane mi sentii chiamare. Erano vere e proprie lallazioni, come quelle di un bambino, ma la voce era la mia, era adulta. Fu un tormento. Non riuscivo più a chiudere occhio. La mia stessa voce, eppure parodiata, infantilizzata, resa deficiente da un corpo che ancora non era sviluppato del tutto e che nonostante questo era già adulto come il mio, mi rimbombava per la casa. Quando smise, di colpo, diversi giorni dopo, capii che non mancava troppo. Appoggiando l’orecchio alla porta, percepivo i suoi bisbigli fatti di parole, non più gridate, ma composte, a tono contenuto. Si parlava addosso, ragionava, proprio come faccio io quando sono solo e ho bisogno di schiarirmi le idee. E inciampava. E si rialzava. Sentivo tonfi, strane risate, mugolii. Stava imparando a camminare. Anzi: ricordava come farlo, perché nella sua testa era tutto noto e ordinario, pur in questa eccezionalità. La prima cosa che mi disse fu una richiesta chiara e risoluta: <Puoi aprire? Per favore. Ho fame. Per favore.>
Cristo… ero io!
[Prima stesura: luglio 2026]








