Era nel suo letto, nella sua stanza, al buio e nel silenzio, ma di dormire come al solito proprio non le riusciva, così come di muoversi. Restava immobile a pancia in su, senza emettere un fiato, e fissava a occhi sbarrati quell’altro occhio, che la scrutava insistente da una manciata di minuti. Era una cosa enorme, grande quasi quanto lei, una bambina di dieci anni, e se ne stava sospesa a mezz’aria a puntarle la sua rabbia silenziosa addosso. Assieme alla rabbia poi, c’era pure la bava: un quantitativo spaventoso di fluido caldo che colava dalle palpebre ad ogni battito di ciglia. La piccola ne era inondata, le coperte di lana pure, inzuppate dalla nauseabonda sostanza sanguinolenta. 

Emily non poteva muoversi ma ogni tanto, quando l’istinto di sopravvivenza prendeva il sopravvento sulla paura, un tremito più forte la scuoteva di un poco dal tacito immobilismo. Voleva urlare Emily, ma non le riusciva. Voleva anche scappare, oppure tirare un pugno a quel coso orrendo che galleggiando sopra di lei la violava con insistenza. La pupilla nera e maligna , l’iride smeraldina, la sclerotica di un insano giallo limone. Non bastasse poi, la piccola finiva sempre col soffocare. Quando l’occhio puntava il suo viso, sbattendo ancora e ancora le palpebre, le riversava la bava schifosa proprio in faccia, e lei, non potendosi muovere, respirava sempre meno aria e sempre più morte.

Il suo petto striminzito andava su e giù, con più foga, più veloce, il mostro occhio sopra di lei sempre più sfocato. E infine il peggio passava, e tutto si risolveva: lei tossiva e sputava fuori, boccheggiava in cerca d’ossigeno ansimando e gridando assieme, finché qualcuno nell’altra stanza non la sentiva in preda agli spasmi. La madre allora apriva la porta, la raccoglieva da quel lago di sudore, e si curava dell’ennesimo attacco d’asma.

Emily, sguardo privo di senno, cercava un qualcosa, da qualche parte, che già non ricordava più.

[Prima stesura: marzo 2014]

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