Proprio mentre iniziavano gli anni da partigiano di Meneghello, di cui vi ho raccontato qui, una ragazzina ebrea, reclusa nel suo nascondiglio con altre sette persone, scriveva

Ma no, era una splendida notizia, così belle non ne avevamo udite da mesi, forse mai in tutti gli anni di guerra. “Mussolini ha dato le dimissioni, il re d’Italia ha assunto il governo.” Eravamo felici. Dopo tutti gli spaventi di ieri, finalmente qualcosa di buono e… una speranza. Speranza nella fine, speranza nella pace.

Il testo, come immaginerete, arriva dal Diario di Anna Frank, altro libro di cui avevo letto giusto qualche spezzone e che, per non so bene quale motivo, mi è capitato tra le mani.


La prima cosa che mi sento di sottolineare è l’importanza fondamentale delle testimonianze di chi ha vissuto certi orrori.
Questo perché, soprattutto grazie al potere delle storie, tanto più se personali (come per Anna Frank e Luigi Meneghello) si può empatizzare con qualcuno di profondamente lontano da noi (nel tempo, per esempio) facendone propri i pensieri, i sogni, le paure e le speranze. 

Credo fermamente che la capacità di metterci nei panni degli altri sia, oggi più che mai, merce molto rara. Al momento in cui scrivo è in corso il conflitto tra israeliani e palestinesi (oltre a quello già dimenticato Russia – Ucraina) e i termini ignobili che circolano tra opinionisti, giornalisti e politici sono: morti necessarie, guerra necessaria, danni collaterali, reazione forte, civili morti e soprattutto, armi.

Ciò che è lontano, come i freddi bollettini numerici sulle migliaia di vite distrutte, non ci fa provare compassione. Si perde il senso del “patire con“, e nel mentre ne guadagna il cinismo, coi suoi freddi calcoli che identificano le persone come cose.

Ora, a me è parso tragicamente ironico leggere il terrore di Anna Frank sotto le bombe e di come non si spiegasse l’odio che il popolo tedesco aveva verso gli ebrei (e non solo).
Dico tragicamente ironico perché da anni, nella Giornata della Memoria, sopratutto noi occidentali  amiamo ripeterci Mai più, affinché certi orrori non si ripetano.

E però… sappiamo quel che sta avvenendo, addirittura col nostro (neanche troppo mascherato) assenso: Israele, il popolo ebraico, nell’intento di distruggere i propri nemici mette in scena una risposta totalmente fuori misura (e questa non è solo la mia opinione, anche le Nazioni Unite criticano duramente quanto sta avvenendo).

Senza dare assoluzioni o colpe alle parti in conflitto, io penso che, da persone e nazioni non direttamente coinvolte (nel senso che il meteo per noi non prevede piogge di razzi) dovremmo avere la responsabilità di trasformare il principio del Mai più in azioni concrete. O almeno pretendere che i nostri rappresentanti lo facciano.
Perché dovremmo essere proprio noi quelli che hanno imparato la lezione. Perché siamo noi quelli che raccontano al mondo la propria superiorità morale e la nobiltà dei propri principi. Non dovremmo fare gli ipocriti.

Riflettendo, poi, sulla fine del diario, non posso fare a meno di pensare che sia una vera e propria mattonata, perché gli scritti di Anna terminano così, di botto, lasciandoti all’incompiutezza della storia della protagonista. Una fine letteraria ma soprattutto letterale. 
Ecco che questa fine ingiusta oggi, guidata da ragioni che pretendono di essere superiori alla ragione del diritto alla vita e alla dignità umana, la vedono migliaia di persone, e non solo in Medio Oriente o in Ucraina. Le guerre dimenticate sono ancora molte. E molte sono quelle alimentate dall’ipocrisia di chi si erge a paladino della democrazia e dei diritti umani.

Mi domando spesso che cosa si possa fare in quanto persona comune mr. Nessuno, e sento che una grande narrazione di pace, oggi, manchi.
Non c’è una storia con cui empatizzare, una storia che, come nelle rivoluzioni del ’68, renda significativa e urgente e comune la volontà di un mondo più giusto.

Potreste pensare che la mia sia una visione naif e semplicistica che non tenga conto di come funzioni il mondo, la geopolitica e i cazzi e i ramazzi, e vi darei anche ragione.
Ma i grandi cambiamenti, nel bene e nel male, partono proprio da idee semplici e viste limitate, da ideali assoluti che mal si sposano con le complicazioni e i compromessi sporchi della realtà.

Il vero problema dunque non è la visione facile, quella, se volete, alla Miss Italia che vuole la pace nel mondo, ma è il suo opposto: nel tempo in cui siamo iperconnessi, anziché essere uniti dall’idea buona e comprensibile da tutti, siamo più divisi che mai, persi tra mille opinioni mortalmente inconcludenti. 

Tra le mille, vi lascio con quella dello storico Yuval Noah Harari, che ci ricorda di come un’amicizia tra il popolo tedesco ed ebreo fosse ritenuta impossibile. Oggi sappiamo come stanno le cose, e questo ci insegna che immaginare la pace, per quanto ne dicano i fan del cinismo, non ha nulla di ridicolo.

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