Quattro del pomeriggio. Pioveva. I rami spogli degli alberi davanti casa, frustati dall’inverno, le parevano scheletri. Che pioggia, e che gelo, provava anche lei nelle ossa. La penna scandiva un ritmo nervoso che sentiva da qualche parte, dentro. Il libro di algebra aperto, con gli esercizi segnati: quanto le avrebbe dato? A giudicare, forse una mezz’ora di pace. Ma poi sarebbero tornati, i pensieri, il brutto tempo che le bagnava gli occhi. Ed era così stufa di piangere. Così stufa di quella stagione infinita che non passava più.
Provò a distrarsi, ma neanche il fastidio dei compiti era abbastanza. La sua testa tornava sempre lì. Non sapeva come fare a togliersela di dosso. Che scherzo era mai? Com’è che non riusciva a riempirsela d’altro? Che ogni volta che provava a pensare a qualcosa di diverso, qualsiasi cosa, si trovava sempre e comunque davanti scuola, e li vedeva, li vedeva baciarsi sentendosi così stupida, così umiliata.
Forse aveva ragione sua nonna. Ricordò quando l’aveva beccata, da piccolina, in Calabria al mare, mentre giocava a spogliarsi con Lisa. È che era curiosa. Voleva vedere com’era, com’era vedersi da fuori e non dallo specchio. Aveva cercato di spiegarglielo così. Ma in verità, non era solo questo. C’era qualcosa, dentro, che le ardeva forte, un fuoco pericoloso che la invitava a giocare. Avrebbe certamente voluto sfiorarla, Lisa, e toccarle la pelle e i piccoli seni, che lei già aveva, e avrebbe voluto baciarla, baciarla dappertutto. Le bruciava dentro il diavolo, aveva detto la nonna, cacciandole dal camerino della spiaggia. Non ne aveva mai fatto parola col resto della famiglia, per fortuna, però l’aveva obbligata a pregare con lei, le aveva detto che non sta bene, che certi comportamenti sono tentazioni a cui resistere, sono prove del maligno per noi e perciò noi, bravi cristiani, dobbiamo superarle.
Solo oggi, solo negli ultimi tempi, ripensava a sua nonna. Pensava che forse aveva ragione, in un senso un po’ contorto: la sua era una punizione, una vera e propria maledizione. Perché altrimenti soffrire così: coi bruciori di stomaco, il fiato spezzato la notte, quella voglia di vivere che non sapeva più come trovare? Era opera del diavolo.
Se n’era vergognata, ma in silenzio, da sola in camera, dopo tanti anni, aveva ricominciato a pregare, e aveva chiesto perdono, aveva chiesto la forza per rimettersi in piedi. Non avrebbe più scherzato col fuoco. Non avrebbe più assecondato quel richiamo perverso. A parlare così, a Dio, era stata a disagio, ma pian piano quei momenti, se pur di poco, le avevano dato sollievo, le allontanavano il dolore di dosso. E così anche ora, col libro di algebra davanti, si domandava se non fosse meglio, piuttosto, recitare qualche padre nostro. Fissò allora il crocifisso appeso. Guardò Cristo, nudo, sulla croce, e si accorse che anche se morente, appeso, sofferente, doveva essere un bell’uomo. Andò un po’ più vicino. Lo staccò dal muro. Indugiò sui rivoli di sangue dipinti che gli correvano sugli addominali. Sul petto scolpito. Sulle gambe forti e potenti. Su un corpo di maschio e anche di Dio che però, a lei, non diceva niente. Un corpo proprio come quello di Giulio. Un corpo nudo, sudato, in tensione, che lei immaginava avvinghiato al piacere che Marta gli dava e che intanto riceveva. La stessa Marta che prima apparteneva, segretamente, a lei.
Odiava, odiava i corpi nudi di Cristo e di Giulio con tutta se stessa. Amava invece quello di lei. E adesso, che non era più suo, che non poteva mai più assaporarlo, sentiva un vuoto grande, al centro del petto, e quasi le mancava il respiro, quasi le dava le vertigini la distanza abissale che le separava. Perché insieme avevano peccato, ma Marta, ormai, si era redenta.
Lei invece? Lei stringeva tra le mani un Cristo in croce. Che la giudicava. Come aveva fatto sua nonna.
[Prima stesura: gennaio 2026]





