Esco di casa un giorno qualsiasi
pensando a una vecchiaia del 2083.

Vorrei che fosse almeno un po’ gentile
come quegli autunni che la gente va a fotografare
magari in Giappone a novembre nei templi buddhisti
oppure in Canada con le foglie rosse d’acero persino sulle bandiere.

Ma tanto… sono solo due rughe di stanchezza
queste che mi guardano in faccia stamattina.

E sembra anche stupido pensarci,
stupido fermarsi, stupido stirarsi
prendendosi da parte a parte la pelle
per vedere com’era giusto ieri la mia fronte
nelle foto infinite di Facebook dove
non c’era assoluta traccia di tutta questa faccenda.

Ci saranno i crateri di Marte, magari un giorno,
una persona scavata dai canyon
da tutta una vita di gioie e patimenti
e dall’altro: le prove purissime, digitali
come esplorazioni di rover spaziali
a dire che prima c’era tanta acqua tranquilla
in questa arsura di anni brutali.

Ma per ora… soltanto due rughe,
a sbracciarsi mute dallo specchietto retrovisore.

Perciò vado avanti e non guardo proprio
sorpasso e neanche metto la freccia a sinistra
che tanto le strade giuste le so perfettamente a memoria:
schermi luminescenti coi filtri miracolosi
pronti ad accarezzarmi, a lisciarmi a distrarmi
se preferisco piuttosto star qui tranquillo
e continuare continuare a ingannarmi
che il tempo dello scrolling è appena iniziato
e da me avrà chilometri di pollici in corsa
lunghe maratone di contenuti a buon mercato.

Così, quando arriverà l’autunno vero,
con una faccia da schiaffi che sarà tutta sorriso,
e io lì, coi miei occhi drenati a risposarmi in palmo di mano:
cercherò il calore dei pixel,
quelli che ho già condiviso,
con due rughe di stanchezza,
ora perdute lontano
lontano…

[Prima stesura: marzo 2025]

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