Elisa era una persona quadrata. Non nel senso di rigida e inflessibile, oppure anche di solida o affidabile, se volessimo vederla in maniera un po’ più positiva. No: Elisa era una persona quadrata nel senso letterale del termine. Era quadrata, ecco tutto! Per questo usciva poco, molto poco, selezionando con cura i momenti meno affollati, quelli in cui era certa di non incontrare anima viva – tipo alle due o tre di notte – così come i giorni caratterizzati da eccellenti condizioni meteorologiche, vale a dire: cielo sereno, aria immobile e nessun pericolo di una ventata d’aria o un acquazzone improvviso.
Per quanto riguarda la gente, Elisa aveva scoperto, suo malgrado, quant’era crudele, specie con chi era diverso. A parte i suoi familiari più stretti e pochi parenti, non aveva infatti l’ombra di un’amicizia. Elisa era una persona sola, traumatizzata dagli insulti e le prese in giro di chi vedendola l’aveva scambiata per una specie di disco in vinile gigante, per un cestino dal design moderno, per una strana mascotte di videogiochi, per un cartone della pizza in formato maxi maxi maxi famiglia o, per colpa di un colpo di vento che una volta l’aveva sollevata da terra, per un ufo, non rotondo, non sferico, ma quadrato, roba ancora più aliena e tecnologicamente avanzata. E quindi il meteo, appunto. La brutta esperienza con quella giornata definitiva e particolarmente ventosa la ricordava bene. Se la primissima volta, ancora bambina, si era divertita tanto a prendere il volo, salendo come un aquilone mentre mamma e papà si assicuravano di tenerla ben salda con due cavi a testa fissati ai quattro angoli di Elisa, cioè le caviglie e i polsi, l’ultima, da adolescente, si era rivelata un incubo.
Era uscita la notte, proprio per starsene un po’ sola, e passeggiava, ancheggiando in equilibrio sul lato inferiore. Era certa sia della solitudine, lì, in quella sua stradina di collina alla periferia di un minuscolo paesino di provincia, sia del bel tempo, data la sicurezza con cui il colonnello alla tv aveva esposto le implicazioni positive di quell’ondata di alta pressione. Invece accaddero due cose: il gruppo scout delle medie, in uscita notturna, accampato nei pressi del bosco di faggi, e il temporale improvviso proveniente da Nord Ovest, che pensò bene di preannunciarsi con raffiche decise che abbatterono le tende degli scout. Questi ovviamente si precipitarono all’aperto per prepararsi alla tempesta e rimettere in piedi il campo. Elisa, nel mentre, si era gonfiata come una vela spingendosi in su, tra i rami, i quali, nella sfortuna, la ferirono ma impedendole di prendere quota e farla finire chissà a che altitudine. Il branco di selvaggi, irato per le tende e atterrito dai primi lampi, rimase impressionato dalle grida d’aiuto di Elisa che lì, nell’oscurità del bosco, impigliata tra le fronde, tutta quadrata, appariva come una gigantesca ombra ululante, una tenda dotata di faccia – sempre che quell’espressione schiacciata così simile a quella di una manta potesse davvero essere riconducibile a un’apparenza umana – e ora implorava di essere tirata giù, ora piangeva e singhiozzava agitando i suoi angoli tutti annodati. La salvarono, forse mossi a pietà divina, il prete e la suora che sovraintendevano il campo, mentre tutti ridevano o bestemmiavano per meglio sottolineare la sua mostruosità. I due adulti la portarono al riparo nella casa accanto. Poi chiamarono i genitori, che già erano usciti per conto proprio, preoccupati nel non vederla tornare. Una volta al sicuro, mentre la tempesta fuori si sfogava, la spogliarono e la strizzarono per bene. Elisa pianse disperata sia lacrime, sia pioggia. Poi sua madre stette con lei, la stese sul suo filo preferito passandole ondate calde di phon, finché la mattina, all’alba, quando sorse il sole, caldo e tranquillo, Elisa fu nuovamente sbattuta e messa fuori ad asciugare, i raggi come carezze, le mollette che le pinzavano le mani e la testa, proprio al centro, come ancore che la tenevano salda in porto.
Elisa ripensava spesso a quella notte, anche per via delle voci che si sparsero in paese, poi in provincia, poi a livello regionale e infine addirittura nazionale. Era diventata famosa quanto il mostro di Loch Ness, temuta forse di più, certamente braccata. I pochi adulti responsabili che sapevano bene della sua condizione quadrata, fecero di tutto per tenere sotto controllo le dicerie, i comportamenti molesti dei curiosi, i tormenti della stampa, ma non ci fu verso. Arrivò, in quegli anni, persino internet, coi suoi forum e i blog tematici dedicati all’occulto, ai misteri, agli alieni, agli zombie, a strane entità quadrate dotate di raziocinio e temibili espressioni facciali, ed Elisa per questo fu costretta a trasferirsi, via dal suo paese, dai suoi luoghi di sempre, al sicuro, se non altro dalla gente ma non, purtroppo, dalle avversità meteorologiche e dalle cicatrici psicologiche, in uno di quei comuni spopolati che trovi sui cucuzzoli delle montagne, cucuzzolo di cui per privacy, ovviamente, non farò il nome.
Ora perciò, a parte queste poche informazioni, e le ciarlatanerie che potreste trovare nei meandri del web, pubblicazioni dei primi anni 2000 soprattutto, questo è tutto ciò che rimane della storia di Elisa, una persona quadrata. Ma quadrata veramente.
[Prima stesura: settembre 2025]









Bel racconto, hai reso bene il senso della cattiveria della gente nei confronti del diverso.
Ciao Giulia! Grazie per averlo letto e per il commento 😉