La tisana calda. L’alone della tazza sul tavolo che ho spostato appena. Il vapore che sale, intrecciato all’ultimo sole che entra dalla finestra e mi spia, illuminandomi mezza faccia, più tiepida dell’altra metà. Forse mi controlla. Sarebbe consolante. Vorebbe dire che a qualcuno, nell’universo, almeno importo. Ma il fumo sale, al profumo di menta e radice di liquirizia, e i raggi scendono, dal viso al collo, dal collo al seno sinistro.
Il tempo passa, in minuti pesanti d’indifferenza, e la tazza non parla già più, non emette segnali, ormai è solo tiepida. Io me ne sto così, a sbirciare con gli occhi gonfi, il corpo inamovibile, l’umore rimasto incollato di là, sotto al letto, in questa scenetta preserale. La compagnia del sole, via via più discreta, scivola sotto la caviglia, mia, della sedia, e poi giù a strisciare sul pavimento allontanandosi, come un gatto che avanza felpato, anche se qui non viene avanti, ma va indietro.
Sono le cinque. Lo dicono le lancette impiccate alla parete. Ed è buio. La tisana fredda. La stanza fredda. Io fredda. Tutte e tre noi, compagne abbandonate da qualcuno, non muoviamo un muscolo, paralizzate nell’inverno che ci accerchia. Dovrei alzarmi. Accendere le luci. Se muovi il corpo si muove anche la testa. Me lo sono già detta. Ma qualcosa qui si è perso sotto al letto, sotto al pavimento, nascosto tra le assi del parquet, anche più giù, tra il mio piano e quello dove abita il vicino. Perciò, sto immobile. Non c’è traccia di vita su questo mio pianeta, muto. Giusto un lieve ticchettio. Orologio ostinato. Lui se ne frega. Fa lo sfacciato. E nonostante tutto, mi ricorda che va avanti comunque, il tempo, indifferente alle nostre felicità, così come ai patimenti.

[Prima stesura: gennaio 2026]

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