Un turbine d’oro nel fascio di luce dei fari. Tutt’attorno neve, un manto ghiacciato, e il bosco nero all’orizzonte, le chiome spoglie. Dietro, ancora fiocchi e i solchi degli pneumatici appena passati, stavolta rosso ciliegia, come neon nella notte in città, anche se qui siamo in campagna.
Non c’è un’anima, oltre lui, nell’auto.
Il motore è acceso. I bocchettoni sputano aria calda, rabbiosi. Odia tutto questo rumore, ma c’ha provato a rispettare il silenzio della notte, del cielo che gli nevica addosso. Faceva troppo freddo. Ha dovuto rimettere in moto e accendere il clima. E intanto non sa che fare. Tamburella con le dita sul volante. Tengono il tempo isterico dei suoi pensieri. Sono in tormenta, come il mondo qui fuori. Che fare? Che fare? Voleva solo parlare. Che c’è di male? Chiarire. Dopo tutto glielo doveva. Non si gettano così cinque anni di sogni, di sorrisi, di baci, di progetti, d’amore. Eppure era successo. E lui voleva solo capire. Gli bastava un motivo. Un appiglio che lo aiutasse a mettere a tacere quell’idea, sempre più insistente, che lui non valesse niente, e che era stato, per lei, soltanto un passatempo, che era cosa da nulla, cosa da poco, che non meritava nemmeno una parola di spiegazione, un congedo credibile.
Era assurdo. Ieri era amato. Invece oggi… non più. Ma può l’amore passare così? In uno schiocco di dita? No. Certo che non può. E allora aveva ragione! Tutta la loro storia era stata una bugia. Una presa in giro. Lei si era presa gioco di lui e lui… non sa che fare, adesso. Adesso è tardi. Ma era stata lei, a cominciare. Lei lo aveva pugnalato. Proprio qui: dritto al cuore. Aveva usato parole affilate. Coltelli. Lui si era messo a piangere davanti a tutti. Lei aveva riso. E lui era scappato in bagno e si era guardato singhiozzare allo specchio. Indifeso. Patetico. Scartato. Si era dato una calmata. Tornato di là, lei nel frattempo si era già alzata, stava andandosene via, così, con un filo di sorriso, di presa in giro per lui, che ancora le arricciava un angolo della bocca. Perciò aveva pagato in fretta e le era corso dietro, fino al parcheggio, cercando di infilarsi il giubbotto perché fuori tirava un vento da impazzire e fioccava forte. L’aveva raggiunta.
L’aveva raggiunta, ma adesso è tardi. E lui guarda dietro, nello specchietto. Incrocia i propri occhi e non ce la fa, a reggere il proprio sguardo. Ha paura. Non capisce nemmeno più di quante cose diverse: se della notte, della solitudine, del vuoto che gli pesa nel petto, oppure di come sia precipitato tutto: di come siano precipitate le sue mani su di lei, sui suoi capelli ricci, di come quindi sia precipitata la sua testa sulla cappotta dell’auto, sul metallo bagnato, precipitata a terra, immobile, di ghiaccio, lei e quei ricci; e di come il suo cuore sia precipitato tuonando di adrenalina, di come sia precipitato un corpo a peso morto, anche se era sempre stato leggero come una piuma – perché adesso invece è quello il suo peso vero, letterale – e di come precipitano questi stupidi fiocchi di neve, qui, alla luce dei fanali posteriori, luce rosso ciliegia, al neon, luce rossa come…
Non gli riesce neanche di urlare. Neanche di abbassare gli occhi sui sedili dietro. Se lo fa, allora è vero. Se lo fa e la vede, se la vede lì, stesa, accartocciata, tutta storta, messa via, se la vede lì come una cosa, una cosa, una cosa che non è una persona, e che ha gettato lui, lì, allora diventa tutto vero, allora può solo andare avanti e deve fare qualcosa, decidere, prendere una strada che non gli piacerà perché ormai tutte le strade portano all’inferno e lui lo sa, la scelta è già stata fatta, ma non da lui, mica da lui, mai da lui, e com’è possibile, si chiede, ancora evitandosi la faccia nello specchietto, scappando subito via, via dai suoi occhi, com’è possibile che quella strada sia corsa verso di lui, che quella scelta lo abbia scelto, che si trovi qui ora, nel tormento, nella tormenta, e non c’è un’anima tutto attorno, pensa, e se ci fosse sembrerebbe lì lì per scappargli via, via di sicuro, dice tra sé, nella neve, nella notte, nell’auto accesa che sputa aria calda mentre lui ha freddo dentro e lei, dietro, lei…
Infine gli occhi cadono. Ed eccola. Proprio lì. Come una cosa. Le sue parole che erano come lame, chissà dove sono finite, ormai. Ecco, sì: sono finite. E i suoi silenzi, i suoi sorrisi, i baci, i cinque anni assieme, le giornate, quelle belle, quelle brutte, quelle noiose… c’è il suo intero mondo, lì dietro. C’è ogni cosa, lì, su quel maledetto sedile!
Un turbine d’oro nel fascio di luce dei fari. Tutt’attorno neve, un manto ghiacciato, e il bosco nero all’orizzonte, le chiome spoglie. Dietro ancora fiocchi e i solchi degli pneumatici appena passati, stavolta rosso ciliegia, come neon nella notte in città, anche se qui siamo in campagna.
E non c’è un’anima, nell’auto. Non c’è un’anima. Solo due corpi.
[Prima stesura: dicembre 2025]









Sembra di vedere tutto quello che hai scritto.
Significa che lo hai scritto molto bene, fino a farne immagine.
Grazie Katrina per questo bel commento. Mi fa piacere perché per scriverlo sono proprio partito da un’immagine (simile a questa che vedi in copertina) e da lì è venuto il resto. Ma anche perché buona parte del racconto riporta i pensieri del protagonista, quindi con scene “frenetiche” come il suo stato d’animo, che ho cercato di rendere evidente accelerando il ritmo del testo. 🫡✨️