Era stato preso a calci in faccia, tirato giù per la tromba delle scale mentre cercava di chiudersi in casa, e poi lo avevano atterrato in cinque, forse sei, gridandogli Negro di merda, Remigrazione, A casa tua, Merda, Merda, Schifoso! ed erano quindi passati ai calci sul volto, senza terminare il lavoro solo perché erano intervenuti dei passanti, un gruppetto di persone che la violenza e le ingiustizie non le poteva proprio sopportare e che, anche se aveva paura, di prenderle, di beccarsi una coltellata o di finire male come il poveretto, non poteva lasciar correre, e che per fortuna con un semplice Oh fermi! Lo ammazzate, fermi! era riuscito a mettere in fuga gli aggressori.
C’ero anch’io, tra loro. Fasci di merda! aveva detto uno. Non ci credo… un altro. Chiama l’ambulanza, chiama subito! mi aveva ordinato invece Tommi, che era infermiere e stava cercando di tamponargli il sangue dalla faccia. Numero? avevo chiesto. Oh, numero?! avevo ripetuto. Mi tremava il telefono. A momenti mi scappava dalle mani. Ero nel panico. Chiama il 118 coglione, dai! mi aveva ordinato. E io avevo chiamato. I soccorsi ci avevano messo una vita. L’uomo preso a calci in faccia era morto tra le braccia di Tommi. E allora poi, i giorni a seguire, erano arrivati al volo i giornali, le tv, i politici addirittura. Eravamo finiti in prima serata in tutti i tg e i talk show a livello nazionale e si parlava del brutto clima che tirava in Italia, del ritorno del fascismo e dei peggiori istinti, della violenza verso i migranti, i clandestini, i musulmani, ma in realtà verso chiunque avesse una pelle un po’ più scura e non fosse ritenuto italiano perbene al 100%. Montava fortissimo, tra l’altro, anche il coro di chi ci dava dei comunisti col Rolex – dato che eravamo parecchio in vista – o semplicemente dei comunisti di merda, delle zecche, dei servi della sostituzione etnica, e dicevano che noi e i nostri compagni e tutta la gentaglia di sinistra della nostra risma avevamo portato questo Paese allo sbando, ostaggio degli africani, dei violenti, degli stupratori e dei disagiati mentali, perché idioti e buonisti, e questo non si poteva più tollerare, era una deriva per cui serviva invece ordine, disciplina, pulizia etnica. Sì: lo dicevano con chiarezza e senza vergogna. PULIZIA ETNICA. Lo scrivevano in maiuscolo sugli striscioni, e persino certi politici ora cavalcavano l’onda della pulizia, e accusavano d’ipocrisia la tolleranza della sinistra verso il velo, il burqa, l’Islam in generale, che era invece religione d’odio e di oppressione, soprattutto verso la donna, rinfacciandoci di riempire le piazze per i diritti LGBTblablablà solo perché ci faceva tanto comodo prendere voti, non perché davvero ce ne importasse qualcosa, altrimenti non si spiegava il cortocircuito mentale.
Poi era caduto il governo. Niente di particolarmente sorprendente, in realtà. Anzi, era durato anche troppo a lungo. E si era andati a votare e io e i miei compagni avevamo organizzato, manifestato, discusso, criticato, divulgato e difeso e diffuso idee di tolleranza, comprensione, cooperazione nel multiculturalismo, ricordando della complessità del vivere assieme, del relativismo culturale, dell’importanza della cultura e dell’educazione, e della scuola, che non aveva mai abbastanza fondi, e soprattutto di quanto fosse assurda la pretesa di risoluzioni immediate, di quanto fosse pericoloso dare il proprio voto a questi stregoni che promettevano di risolvere tutto in modo rapido e veloce, come avessero la formula magica, forse in virtù, questo lo si intuiva, della matrice violenta e repressiva di cui si facevano promotori.
Il partito, infine, QUEL partito: aveva vinto. E lo aveva fatto con un successo clamoroso, e il gruppetto, e noi, e io, ci eravamo fatti travolgere, eravamo disorientati e sconfitti, suonati come da un pugile, senza neanche aver capito da dove fossero arrivati i colpi, senza comprendere come cazzo fosse stato possibile che il nostro Paese, i nostri concittadini, gli italiani perbene e ragionevoli che conoscevamo e che ci parevano essere numerosissimi, avessero scelto questo. Ce lo domandavano, negli studi televisivi e nelle interviste. E noi rispondevamo che non lo sapevamo. Io stesso, ammettevo di cadere dalle nuvole. Ma in verità, sotto sotto, ero a conoscenza che, nel segreto della cabina, molti di loro avevano impugnato la matita come una spada, pronti a dare il colpo di grazia a tanta gentaglia che, in realtà, gli era sempre stata grandemente sui coglioni. Anzi: che CI era stata grandemente sui coglioni. Sì, perché anche io lo avevo fatto. E ora lo so, lo so bene, che voi fino a questo punto mi pensavate diverso. Voi e le tv, i giornali, e i programmi che Mi e Ci avevano sparati in prima serata per settimane proponendoci come rappresentanti di un certo tipo di orientamento e gruppo politico. Ed è giusto così. Assolutamente corretto che voi vi siate ingannati. Non avete sbagliato niente. Perché abbiamo fatto tutto noi. Noi, siamo stati i bugiardi.
[Prima stesura: giugno 2026]
Note
Questo testo nasce da un’idea di Alice Mondiale, che proponeva di scrivere “Ho mentito” senza dire “Ho mentito”.








