Usciti di casa erano rimasti a bocca aperta come succede in quelle scene un po’ costruite dei film, quando i protagonisti osservano, stupiti o shockati, qualcosa di sconvolgente e tu, spettatore, non puoi ancora sapere cosa sia, ma hai un certo tempo per ipotizzarlo, sorpreso a tua volta dalla sorpresa dipinta sui loro visi. Chiamano questo effetto Spielberg Face, in onore di Laura Dern in Jurassic Park: occhi e bocca spalancati perché ha appena visto dei dinosauri veri che camminano.
Anche i due fratelli gemelli Emanuele e Luca, Ema e Lu per gli amici e voi lettori, ora stavano esibendo la loro Spielberg Face, e senza dirselo erano stato colti subito dall’irrefrenabile desiderio di correre in garage, prendere le bici e provare a raggiungere il punto in cui atterrava.
Chissà se tutta questa attesa che state provando anche voi adesso, qui, in questa premessa, sta svolgendo il suo ruolo di Spielberg Face, anche se siamo in un testo.
Ad ogni modo: il fatto eccezionale, che ora vedeva Lu ed Ema pedalare per le strade di Malo come due fuorilegge in fuga nella notte, era dovuto al più grande, limpido, definito e brillante arcobaleno che avessero mai osservato in vita loro. Pur avendo solo undici anni a testa, era comunque roba eccezionale. E ciò era dovuto, soprattutto, al fatto che fosse sera. Tarda sera. Per l’esattezza erano le 22:36 ed era estate, e loro erano usciti un momento per gettare la spazzatura, che il padre lì aveva sgridati per la loro ripetuta negligenza, e questo inspiegabile arcobaleno, splendente nella notte, era apparso all’improvviso e ora non poteva essere ignorato. Perciò avevano scansato il loro compito, mollato i sacchi dell’immondizia davanti l’uscio di casa ed erano corsi alle bici, intendendosi sul da farsi senza nemmeno doverselo dire ad alta voce.
L’arcobaleno sembrava cadere nei campi dietro il fiume Livergon, ed era così chiaro, nel suo percorso, da assomigliare a un gigantesco lastrone di vetro che tagliava a metà il cielo. Questa, almeno, era l’impressione di Ema, la cui mente tornava ai rosoni colorati delle chiese, quando sei a messa e vedi il sole, da fuori, che li illumina passandoci attraverso. Lu, invece, pensava ad una definitiva goleador alla frutta, che una volta raggiunta, forse avrebbe, anche provato a leccare. Chissà che sapore hanno gli arcobaleni, si domandava.
Man mano che si avvicinavano, attraversando i campi che cantavano di grilli e deviando tra le file alte di pannocchie profumate, notavano un vento caldo che, asciugandogli il sudore dalle schiene, pareva accompagnarli, spingendoli come una mano invisibile e gentile verso la loro meta, così da affaticarli meno. Lu si era infine fermato. Ema subito dopo: aveva mollato la bici e aveva affiancato il fratello cingendogli la spalla. Sembravano due vecchi soci, stanchi ma soddisfatti, davanti al frutto del proprio duro lavoro di anni. Contemplavano la base dell’arcobaleno, brillante di concretezza, ad appena qualche metro. Il vento, che soffiava invitante verso quella poesia variopinta, produceva un leggerissimo suono, simile alle corde di un’arpa. Lu, allora, si era liberato dall’abbraccio di Ema ed era avanzato di alcuni passi perché voleva sfiorarlo, voleva sentire se la luce che splendeva e cantava si potesse anche toccare, se fosse solida proprio come appariva. Ma Ema era insicuro. Vedere il fratello così deciso lo aveva preso un po’ alla sprovvista. Avrebbe voluto dirgli “Aspetta un attimo” ma non gli uscivano le parole di bocca, perciò aveva provato a riacciuffarlo per un braccio, ma Lu lo aveva subito scansato, preferendo invece afferrare il giallo sconvolgente dell’arcobaleno che… lo aveva preso, a sua volta, per mano. Sì: gli stringeva la mano e lui, come a presentarsi, stava facendo “Piacere”, stava conoscendo un arcobaleno della notte e intanto Ema aspettava, ora che l’arcobaleno si era messo a suonare o a cantare un po’ più forte una canzone strana che aveva anche delle parole o magari no. Chissà se era musica, in effetti, quella che gli attraversava le orecchie. Lu si era quindi voltato verso il gemello e aveva detto, anche se non si sentiva, “Vieni!” ed Ema aveva risposto, anche se Lu non poteva udirlo “No, aspetta, meglio se torni un attimo tu, qui” e allora il vento era soffiato più forte, aveva spinto Ema per terra, e l’indaco dell’arcolabeno era strisciato fino a stringergli la caviglia e le parole dell’arcobaleno, adesso, erano fortissime, aggressive, tuonavano nella notte, e Lu si era quindi girato e vedendo Ema a terra aveva gridato, anche se lui non poteva sentirlo in mezzo a quel frastuono, e l’aveva raggiunto, aiutandolo ad alzarsi, liberandolo dalla stretta di quel colore aggressivo. Poi si erano presi per mano, lottando col vento e gli altri colori dell’arcobaleno levandoseli di torno più forte che potevano finché quello, suonato dal vento, aveva chiuso di colpo la sua misteriosa composizione, così: in fretta e furia e… e niente! Era sparito. Scomparso. In un boato.
Dietro di lui erano rimasti il buio dei campi e il rumore lontano del fiume che a poco a poco tornava, assieme a quello dei grilli, dei cuori agitati dei due gemelli e dei loro fiati, in affanno.
[Prima stesura: febbraio 2026]









Ben narrato un fenomeno naturale che assume progressivamente contorni magici e suggestivi a cui il lettore finisce col dare credito di evento possibile. Giusto interrompere l’evento con quella piccola apocalisse senza spingere ulteriormente nel fantastico.
ml
Ciao Massimo!
Grazie per il commento. Sì, volevo rimanesse un alone di mistero, una conclusione senza dover per forza spiegare.