Perché non parlava? Com’è che si sentiva? Continuavano a chiederglielo ma lui, così di punto in bianco, non riusciva a rispondere, perché a voce devi mettere in fila le emozioni, le idee, le parole, e non gli veniva proprio di articolarle per soddisfare la curiosità di chi domandava, domandava, domandava. Pensavano fosse insensibile, per questo. Aveva sempre dato la stessa impressione anche a me, a dire il vero. Ma poi un giorno mi capitò di leggere alcune righe che aveva lasciato su una specie di diario che teneva, e il mio occhio era caduto proprio su questa domanda: come ti senti?
Diceva: come se fosse tardo autunno e fuori quasi buio, il cielo grigio. Un po’ è piovuto perciò per terra, l’asfalto e il prato davanti casa, sono bagnati. Mi sento come se gli alberi avessero quasi perso tutte le foglie e vedessi le luci accese dentro le case degli altri, invitanti, e io qui fuori, davanti le loro finestre. E mi sento come avessi chiuso il cuore stretto stretto in una scatola d’acciaio, di quello liscio, scintillante e freddo, e questa scatola lo schiaccia sempre di più, il mio cuore, togliendomi il fiato dal gelo, e io intanto sto guidando su per il passo della Fricca per andare a Trento, e sul parabrezza ogni tanto si appiccica qualche foglia secca. Mi sento come se stessi portando questo mio cuore sigillato, che batte piano, a fatica, lungo i tornanti umidi di pioggia, con le locande e i bar di paese ai lati della strada che sono chiusi e mi chiedo se la gente li frequenti ancora, se qualcuno consulti davvero i cartelloni dei gelati esposti fuori, alle intemperie delle brutte stagioni che durano sempre troppo a lungo man mano che si sale. Mi sento come se fossi arrivato in città, non proprio in centro, ma appena fuori, e avessi parcheggiato l’auto in un parco giochi. Mi sento come se fosse sempre, costantemente, quasi buio, in questo stato sospeso che è né giorno, né notte, e intanto io cammino sull’erba, con le Converse che si inzuppano e il giubbotto troppo leggero, e in tasca ho la scatola, col cuore dentro che ancora batte, sempre più costretto, che vorrebbe uscire ma fuori, così, all’aria, si seccherebbe e mi farebbe ancora più male, brucerebbe e poi si fermerebbe, e io non so se voglio fermarmi. Mi sento come se mi fossi seduto sull’altalena e non ci fosse nessun altro a parte me, e gli ultimi colori dell’autunno, quasi andato del tutto, fossero lì a prendermi in giro, ricordandomi di quanto fosse bello, prima, aspettare il freddo perché tanto saremmo stati insieme. Mi sento come se mi avessi ingannato. O come se mi fossi ingannato io da solo. Mi sento come se tutto il bello che avevo immaginato, tutto il bello che mi pareva possibile, fosse ormai una bugia, un’eco lontana, uno scintillio che brilla come le gocce d’acqua tra i rami appena prima di cadere giù per colpa della gravità del mondo. Allora, dato che mi sento così, lascio il mio cuore lì, sull’altalena che occupavi tu, e me ne torno a casa, con la radio che sembra spiarmi e incastrarmi perfettamente in una canzone. Da solo, questo autunno, già non riesco a sopportarlo.
Fu così, che capii com’è che si sentiva. Perciò gli parlai. Certo senza citare questa mia ingiusta intrusione, perché me ne vergognavo. Lasciai piuttosto che, pian piano, si aprisse e mi raccontasse. E fu così, che diventammo amici.
Com’è che si sentiva?







